23 Dicembre 1964

(Eddie Vedder nasce il 23 dicembre 1964 a Evanston, illinois)

Una voce che mi ha scortato lontano dai guai in anni in cui era facile perdersi. Mi ha raccontato che un altro mondo è possibile se lo sento nel cuore…mi ha convinto che può succedere che qualcuno ‘muore per continuare a vivere’ e che ‘chi dimentica sarà costretto a ricordare’ ma anche che è bello vedere un vinile nero girare sul piatto e sentirlo sprigionare energia, rabbia, amore…emozioni forti.
Al sole e sotto la pioggia.

happy birthday.

eddie-vedder

 

3 Agosto 1991

Il giorno dopo la pubblicazione negli Stati Uniti del singolo di Alive, i Pearl Jam tornano al RKCNDY per girare, durante un concerto, il video in bianco e nero della canzone. Il regista è Josh Taft, amico di lunga data di Stone Gossard. Al posto di fare il playback su una base registrata, la band insiste per incidere la traccia audio dal vivo: all’epoca si trattava di una novità per MTV. Il clip cattura l’energia sfrenata delle prime esibizioni della band, il pubblico che fa stage diving e Vedder appeso a testa in giù alle travi dell’impianto luci. Più tardi, durante lo show, ha luogo una piccola reunion dei Temple Of The Dog: Cornell canta Reach Down e Pushin’ Forward Back. Il video di Alive uscirà in Settembre di quell’anno.

Dave Grohl: Mi sono trasferito in zona nel 1990, per cui mi sono perso Green River, Mother Love Bone e altre leggendarie band di Seattle attive prima del boom.Ma ricordo la prima volta che ho sentito i Pearl Jam. Vivevo a West Seattle. Ero nel mio Van, diretto a un 7-eleven quando in radio è passata Alive. E’ divertente, perché prima di scoprire di chi era il pezzo, mi immaginavo dei ciccioni con i capelli lunghi. E’ la prima cosa a cui ho pensato. Li immaginavo simili ai Poison Idea o ai Cannet Heat. Non so perché. Forse perché mi sembrava Classic Rock. Non era Punk-rock: era il sound di una rock ‘n’ roll band. Accadeva prima che Nevermind uscisse. Poco prima dell’esplosione.

Matt Cameron: Doveva essere un solo video, ma per ogni evenienza filmarono l’intero show. Avevano un grande seguito a Seattle, per via dei trascorsi dei membri del gruppo. E poi il RKCNDY non era così grande. Era gremito di gente del posto, ubriaca e allegra.

18-19 Luglio 1992 – Lollapalooza

I Pearl Jam ripartono dalla seconda edizione del festival Lollapalooza al fianco di Soundgarden, Ministry, Ice Cube, Red Hot Chili Peppers, Lush, Jim Rose Circus Sideshow e Jesus And Mary Chain. Per molti teenagers, non è solo la prima occasione per vedere i Pearl Jam dal vivo, ma la prima esperienza a un festival per la band. I PJ regalano una performance elettrizzante, di grande impatto. Esibendosi ogni giorno per secondi, i Pearl Jam hanno la possibilità di godersi i concerti degli altri musicisti e divertirsi insieme a loro. In particolare, Vedder lega con Jim Rose, salendo spesso sul palco per partecipare  a bevute di Bile Beer. Lui e Chris Cornell suonano anche set acustici a sorpresa sul palco secondario: il 29 Luglio, nel corso di uno show funestato dalla pioggia a Cuyahoga Falls, in Ohio, si uniscono ai fans divertendosi a fare scivolate sul prato infangato.

Vedder continua a scioccare il pubblico con i suoi bizzarri numeri di stage climbing, , ma dopo un brusco atterraggio durante uno show in Ontario, si darà una calmata.

Eddie Vedder: Quando suonavamo per un pubblico che non ci aveva mai visti prima, dicevo “Sapete una cosa? Offriremo a questa gente uno spettacolo indimenticabile. E se questo significherà rischiare la vita per una bravata adolescenziale in stile Evel Knievel, lo faremo”. E incredibilmente, se facevi una cosa di quel tipo la gente prestava attenzione. Facevo finta di saltare da una parte, poi all’ultimo momento cambiavo traiettoria e vedevo la folla ondeggiare e spostarsi in massa per prendermi al volo.

Jeff Ament: Un paio di settimane prima del tour c’era l’opportunità di rinegoziare non solo il compenso, ma anche la posizione in scaletta. Ci siamo detti “Perché aggiungere altra pressione? Vogliamo solo divertirci”. Al Jourgensen dei Ministry se ne andava in giro con una bottiglia di Bourbon Maker’s Mark con dentro dieci dosi di acido. E’ stata una pacchia. Alle due del pomeriggio eravamo super concentrati, salivamo sul palco, spaccavamo per una trentina di minuti e poi ci univamo alla festa. Dubito che ci sia stato un altro tour in cui ci siamo divertiti tanto. I nostri show erano decisamente coinvolgenti, e poi nel giro di un’ora mi ritrovavo a giocare a basket con Flea e Ice Cube. C’era un’atmosfera festosa, senza alcuna competizione.

Matt Cameron (ai tempi, nei Soundgarden): Ci siamo resi conto di come la gente reagiva alla musica dei Pearl Jam. E’ stato fantastico.

Chris Cornell: Credo che sia stato uno dei tour più belli della mia carriera, si era creata una forte unione. Ritrovati gli stessi amici con cui eri cresciuto e insieme ai quali avevi suonato per anni di fronte a quattro gatti; solo che adesso c’erano 25000 persone per volta. Aveva anche un significato culturale. Non si trattava di avere il proprio singolo trasmesso in radio. Era in atto un cambiamento nel modo di concepire la musica rock. Un evento fenomenale.

Una rara ripresa durante il soundcheck di quei giorni:

Crazy Mary

La cover di Crazy Mary di Victoria Williams, registrata durante le session di Vs, viene inclusa nell’album Sweet Relief. L’anno prima, la Williams scoprì di essere affetta da sclerosi multipla. Crazy Mary inizia in modo pacato, come la storia di una donna che vive “dalla parte sbaglaita della città, dalla parte sbagliata dei binari”, e pian piano aumenta d’intensità fino al finale potente. E’ stato suonato poche volte dal vivo prima del 1998, eppure è diventato un pezzo forte dei concerti, specialmente negli anni 2000; di solito termina con un ‘duello’ tra McCready e Boom Gaspar. Vedder ha spiegato al programma radio Rockline l’origine del pezzo: “Qualcuno ci ha dato il nastro, suggerendoci di scegliere quella canzone. In quei frangenti smetti di dare per scontato il fatto di essere vivo e di avere il pieno controllo del tuo corpo. Se tutto ciò che dovevamo fare per aiutarla era registrare una canzone – una grande canzone – beh, l’avremmo fatto”.

Brendon O Brien: Prima dell’arrivo di Victoria avevamo già registrato una versione. La stratocaster che suona la parte ritmica principale è di Victoria. Se non erro, il pezzo è stato quasi interamente registrato dal vivo, tranne qualche parte vocale. Ho suonato anche io, all’organo. Dobbiamo aver fatto qualcosa come venti prove. E’ stata una bella giornata, c’era un bel sound, ci siamo divertiti.

Jeff Ament new solo album (While my Heart Beats)

Secondo disco solista di Jeff Ament, dopo “Tone” del 2008, inciso insieme ad amici come Richard Stuverud (Fastbacks, Three Fish, Trs Mts.), il cantautore Joseph Arthur e Mike McCready e Matt Cameron della sua band madre, i Pearl Jam.

Nel pezzo “When The Fire Comes”, distribuito come singolo ai partecipanti al PJ20 ad Alpine Valley, ci sono anche Mike McCready e Matt Cameron. L’intero disco è stato registrato nel Montana grazie all’aiuto di Brett Eliason.

Il disco è disponibile unicamente sul sito ufficiale dei Pearl Jam in vinile, CD e come digital release. L’artwork del disco è stato curato dall’artista Don Pendleto, amico di Jeff Ament.

01 Ulcers & The Apocalypse
02 When The Fire Comes
03 War In Your Eyes
04 While My Heart Beats
05 Shout And Repeat
06 Give It a Name
07 The Answers
08 Time To Pay
09 Take My Hand
10 Down To Sleep
11 Never Forget

27 Giugno 1995

La Warner Bros/Reprise Records pubblica il disco inciso in collaborazione tra Neil Young e i Pearl Jam, Mirror Ball. Per motivi contrattuali la scritta Pearl Jam non appare nè in copertina, nè nelle note interne. I membri del gruppo sono indicati semplicemente per nome.

Michele Anthony: Ai tempi i Pearl Jam non avevano un artista che facesse loro da fratello maggiore, guidandoli in quel marasma. Neil Young ha assunto quel ruolo. Un giorno Kelly mi chiama: “Grande notizia!! Neil vuole fare un disco con la band!!” E io: “Ottimo!!” Ma aggiunge:” Deve uscire per la Warner.” Ero abituata a ricevere telefonate di quel tenore da parte di Kelly. Sono felice di dire che abbiamo trovato una soluzione tutte le volte.

(Kelly è riferito a Kelly Curtis, manager del gruppo)

I’m an accident
I was driving way too fast
Couldn’t stop though
So I let the moment last
I’m for rollin’
I’m for tossin’ in my sleep
It’s not guilt though
It’s not the company I keep

People my age
They don’t do the things I do
They go somehwere
While I run away with you
I got my friends
And I got my children too
I got her love
She’s got my love too

I can’t hear you
But I feel the things you say
I can’t see you
But I see what’s in my way
Now I’m floatin’
Cause I’m not tied
to the ground
Words I’ve spoken
Seem to leave a hollow sound

On the long plain
See the rider in the night
See the chieftain
See the braves
in cool moonlight
Who will love them
When they take another life
Who will hold them
When they tremble
for the knife

Voicemail numbers
On an old computer screen
Rows of lovers
Parked forever in a dream
Screaming sirens
Echoing across the bay
To the old boats
From the city far away

Homeless heroes
Walk the streets
of their hometown
Rows of zeros
On a field
that’s turning brown
They play baseball
They play football
under lights
They play card games
And we watch them every night

Need distraction
Need romance and candlelight
Need random violence
Need entertainment tonight
Need the evidence
Want the testimony of
Expert witnesses
On the brutal crimes of love

I was too tired
To see the news
when I got home
Pulled the curtain
Fell into bed alone
Started dreaming
Saw the rider once again
In the doorway
Where she stood
and watched for him
Watched for him

I’m not present
I’m a drug
that makes you dream
I’m an aerostar
I’m a cutlass supreme
In the wrong lane
Trying to turn
against the flow
I’m the ocean
I’m the giant undertow

I’m the ocean
I’m the ocean
I’m the giant undertow
I’m the ocean
I’m the giant undertow
I’m the ocean
I’m the ocean
I’m the ocean
I’m the ocean
I’m the ocean
I’m the ocean

27 Giugno 1992

Mentre TEN  è stabile nei primi dieci posti della classifica Billboard 200, l’album dei Temple of the dog debutta al numero 181 quattordici mesi dopo la pubblicazione. Tre settimane dopo, Hunger strike entrerà nella classifica Modern Rock al numero 24.

I don’t mind stealing bread from the mouths of decadence
But I can’t feed on the powerless when my cup’s already overfilled
But it’s on the table
The fire is cooking and they’re farming babies, while the slaves are working
The blood is on the table and their mouths are chocking
But I’m growing hungry
I don’t mind stealing bread from the mouths of decadence
But I can’t feed on the powerless when my cup’s already overfilled
But it’s on the table
The fire is cooking and they’re farming babies, while the slaves are working
And it’s on the table, their mouths are chocking
But I’m growing hungry (Growing hungry)
I’m growing hungry (Growing hungry)
I’m growing hungry (Growing hungry)
I’m growing hungry (Growing hungry)

I’m growing hungry (Growing hungry)
I’m growing hungry (Growing hungry)

I don’t mind stealing bread (I don’t mind)
I don’t mind stealing bread
I’m growing hungry (Growing hungry)
I’m growing hungry (Growing hungry)

7 Maggio 1998

Il primo vero concerto di Matt Cameron con i Pearl Jam avviene in questo locale un tempo conosciuto come Moe’s. La band si presenta con lo pseudonimo Harvey Dent and the Caped Crusaders. Viene suonata per la prima volta una cover di Last Kiss, scritta da Wayne Cochran e portata al successo da J. Frank Wilson and the CAvaliers. Vedder, dal palco, racconta di aver imparato la canzone quello stesso giorno, dopo aver acquistato una copia del singolo in vinile per soli 99 centesimi al Fremont Antique Mall di Seattle.

Matt Cameron:Ho passato tre settimane nel mio scantinato con i CD dei Pearl Jam. Il loro repertorio ammontava a circa sessanta o settanta pezzi. Ho seguito questo metodo [puntando il dito come se passasse in rassegna una lista]: “Ok, conosco quella canzone? No! Quindi recuperavo il disco e la ascoltavo. Avevo la sensazione che la scaletta sarebbe cambiata ogni sera, e dovevo essere pronto ad ogni evenienza. Non avevamo tanto tempo per provare, voglio dire, non più di una settimana e mezza. È stato stressante, ma in fin dei conti sono uno che ha bisogno di essere messo sotto pressione per ottenere performance di un certo livello.

6 Maggio 1994

I pearl Jam cancellano il tour estivo non riuscendo a trovare locali adatti dove esibirsi che non abbiamo un contratto di esclusiva con Ticketmaster, frustati dal fatto che la società non acconsente a limitare il suo ricarico al 10% del valore nominale del biglietto. Il manager Kelly Curtis dichiara a Billboard che “la band è decisa a non andare in tour finché non troverà un’alternativa” a quelle che percepisce come spese di gestione ingiuste.

Rappresentanti del dipartimento di giustizia americano contattano la band invitandola a stilare un memorandum con la divisione antitrust. I Pearl Jam accettano. Nel documento, la band afferma che, grazie alla sua estesa ed esclusiva rete di contatti con le principali sale da concerto, Ticketmaster ha il monopolio del mercato e ha fatto pressione sui promoter affinché non accettassero concerti dei Pearl jam.

Tratto da:  Pearl Jam Twenty ( Rizzoli, 2012)

 

About a boy

Quel giorno mi trovavo nel piazzale della caserma dei paracadutisti a Pisa, un amico giurava fedeltà all’esercito e io avrei voluto essere nel letto a dormire o comunque a fare sicuramente altro. Vicino a me, un uomo con in mano La Repubblica. Io, poco interessato al giuramento ho notato subito la piccola foto di Kurt Cobain in prima pagina. Ho sorriso tra me e me: Cos’ha fatto stavolta? Sempre disattento a quel che succedeva nel cortile della caserma ho cercato di leggere il titolo dell’articolo. Non ricordo il titolo ma l’occhio è caduto su una sola parola, suicidio.

E lì qualcosa si è rotto subito.

Qualcosa che non sarebbe più stato possibile riparare. Avevo già fatto il servizio militare, avevo già perso la verginità lavorativa e da un pò anche quella sessuale, ma quello che successe quel giorno non l’avevo ancora sentito. Ha ripescato delle perdite in famiglia avvenute in un periodo in cui l’elaborazione del lutto è forse più complicata che in altri momenti della vita. Dissero, la vita va avanti, continua; lo dicono anche oggi, l’hanno sempre detto e sempre lo diranno. Certo che la vita continua, coglioni. Lo so anch’io che continua. Bisogna vedere come. Bisogna vedere con che fatica, con che serenità; con quale nuova visione delle cose la si guarda e la si vive. Dopo quel giorno ho passato diversi anni in cui non ho più ascoltato nulla dei Nirvana, evitando anche i passaggi radiofonici. Non potevo perdonarlo. I dischi, avrei voluto venderli o buttarli dalla finestra, sbarazzarmene; ma non l’ho fatto, perché un giorno, ho fatto un faticoso passo avanti in quell’elaborazione così difficile. È un passo contenuto in una semplice e breve frase di Eddie Vedder, che in quel periodo scrisse molto nelle sue canzoni a proposito di Cobain, nel disco dal titolo beffardo Vitalogy. Una frase di quei tempi che ho custodito per poterla poi metabolizzare davvero:

Some die just to live. Ed io ci credo.

Una lezione tanto sofferta quanto dignitosa. Ora non è più la stessa cosa, non lo sarà mai più e manca ancora tanto ma lo accetto anch’io, con più dignità.

Fabio Roversi.